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mercoledì, 29 novembre 2006
Incontro d'amore
Da quattro giorni era passato ferragosto. Non fu il caldo che appesantì il viaggio in macchina, poiché non ve ne era molto, ma le continue deviazioni di mio zio. Si fermò anche un paio d'ore da suoi amici e probabilmente le avrei trovate anche piacevoli se non avessi fretta di arrivare a destinazione. Quando si prova un desiderio immenso di raggiungere qualcosa il tempo sembra indispettirsi e muoversi più lentamente del normale. Per tutto il tragitto un'emozione assaliva il mio corpo e si cresceva insieme al numero di chilometri nel contatore dell'auto. Per mio zio e mio cugino questo viaggio rappresentava un ritorno a casa, mentre per me era una partenza. Stavo andando verso una città nuova, ma non era questo a mandarmi in circolo tanta adrenalina, quanto il fatto che stavo andando verso una persona ed un sentimento nuovo. Ad attendermi (con ansia e paura, stando a quando mi diceva tramite messaggi) c'era lei, che mi avrebbe ospitato a casa sua per qualche giorno.
Quando lessi finalmente la svolta sul cartello autostradale mi avvolse una sensazione strana, piena di agitazione, trepidazione, sentimento, curiosità e quant'altro. Stavo per vedere per la prima volta la persona che amavo. Non avevo mai amato, per me tutto era nuovo, non avevo mai baciato, mai fatto sesso, mai avevo dovuto relazionarmi con qualcuno di legame differente da amicizia o parentela, non sapevo assolutamente come avrei dovuto comportarmi e lei, dalla sua parte, aveva paura, neppure voleva che andassi, nonostante avesse molte più esperienze di me!
La mia mente era impegnata a formulare discorsi, pensieri e riflessioni su quanto sarebbe avvenuto di li a poco. Non credevo che l'adrenalina nel mio corpo sarebbe arrivata a certi livelli, e man mano che ci avvicinavamo alla città cresceva ancora di più. Vidi il cartello bianco, con sopra la scritta nera "TORINO". Lo passammo e la mia euforia era già alle stelle. Mio zio non conosceva la via, ma non fu difficile trovarla. Accostò e mi fece scendere, lo ringraziai e cercai di convincerlo a non accompagnarmi dentro. Ci riuscii, a lei non avrebbe fatto piacere incontrarlo. Misi lo zaino in spalla e salutai ancora mio zio. Quindi presi fiato sospirando e mi avvicinai al citofono. Si erano fatte le sette di sera, forse anche più, ma d'estate è ancora giorno a quell'ora. Ancora un sospiro poi suonai. Sul mio viso credo vi fosse stampato un sorriso ormai da diverso tempo, sentivo i muscoli tirarmi, ma non potevo evitarlo. Suonai e senza che nessuno rispondesse la porta si aprì scattando. Il palazzo era strutturato in modo strano, e non sapevo bene dove andare, intanto tutto mi appariva ovattato, forse per il troppo sangue in circolo visto che il mio cuore batteva ad un ritmo estremamente veloce. Mi tremavano le gambe mentre salivo le scale ed esitai un po' prima di aprire la porta a vetri che, avevo capito, mi avrebbe condotto nel suo appartamento. Lo feci quindi. non era affacciata sulla porta, per fortuna, anzi l'aprì esattamente quando ero davanti. Forse aveva sentito qualcosa. Non saprei descrivere l'emozione di quando la vidi. V'era anche dell'imbarazzo, da entrambe le parti, sicuramente, lei mi invitò ad entrare. Sedeva su una sedia da ufficio, con le rotelle, per via del problema alla gamba, l'occhio mi ci cadde subito anche perché il mio sguardo voleva fuggire quanto più possibile dal suo. Sono una persona piuttosto timida. Quindi mi invitò ad andare nella sala, e li lei si sedette sul divano, tirando su la gamba, io invece andai su una sedia. Parlammo un po' mentre scostavo la seggiola dal muro per avvicinarla un poco alla spalliera del divano. L'imbarazzo non mi faceva controllare i gesti, neppure le parole, so solo che parlai più di quanto è nel mio stile fare, ma non avrei mai agito prima di lei. Non ne ero capace, non avevo mai neppure baciato, difatti mi misi a lisciare la copertina di quel divano, senza essere pienamente consapevole delle mie azioni. Non sapevo esattamente cosa pensasse, non sapevo neppure io cosa stessi pensando, ne' cosa stessi dicendo, ricordo che la incitai a fare la prima mossa, perché io non l'avrei fatta. Quindi lei mi disse di avvicinarmi, ed io andai su una poltroncina pieghevole più vicina al divano.
Da quel momento non ricordo altro che le sue mani, aveva delle mani stupende, ben curate, non come le mie con le unghie mozze. Le sue mani erano anche piuttosto abili, si avvicinarono alle mie braccia nude a causa della t-shirt estiva e cominciarono un rituale di carezze e "grattini" così li chiamava. Sentivo lo stomaco annodarsi e stringersi in morse piene di emozione. Quindi mi disse di avvicinarmi ancora... e da quel momento persi ragione e a tratti persi anche coscienza, a causa del flusso di sangue e adrenalina che erano talmente forti da avermi offuscato ogni senso rendendomeli al contempo più acuti; nella memoria mi sono rimaste scene e sensazioni indelebili, che è impossibile scrivere o raccontare.
L'amavo ed in quei momenti capii il piacere che si prova.
postato da Swak alle 15:31
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martedì, 21 novembre 2006
Scusa
E' un periodo no per me. Mi arrabbio spesso, cosa che prima non facevo mai, probabilmente ho la pazienza satura, quella pazienza che pareva inesauribile; adesso ogni piccola cosa mi fa innervosire e spesso esplodo. Il più delle volte accade con i miei parenti prossimi, mia madre in principal modo, mio fratello o le mie nonne, con mio padre no, non mi fa innervosire forse. Purtroppo succede anche con la mia donna, brutta cosa. Comunque oggi è successo con mia nonna paterna, e un po' con mio fratello. Io e mia nonna abbiamo da sempre avuto battibecchi, a volte molto accesi, ma da un po' non accadeva più, fino ad oggi. E' stata una discussione piuttosto irruenta, in cui a tratti vi entrava mio fratello che si sentiva chiamato in causa dai miei appunti sul suo disordine a casa di nonna, e si ipegnava a dire che se lui avrebbe dovuto mettere a posto io non avrei dovuto portare il cane e altre frasi poco coerenti col discorso, sintomo di chi deve passare la colpa ad altri come se questa fosse una palla.
Non ricordo l'esatta frase di mia nonna che mi ha fatto perdere la pazienza, ma so bene che ad un certo punto ho iniziato a gridare per via di una questione che doveva essersi conclusa la sera prima. Mia nonna ha la pessima abitudine di borbottare e commentare quando qualcuno le dice qualcosa e questo mi crea nervosismo; anche perché siccome è impegnata a dire le sue paroline non ascolta e, sentendo qualche parola qui e li, interpreta un discorso tutto suo (questo comunque è comune a quasi tutti gli esseri umani).
La discussione comunque, fra grida e fraintendimenti si è conclusa con un litigio, guidato per lo più da orgoglio sia da parte mia che sua. Con il pranzo intoppato sullo stomaco, me ne sono quindi andata. Credo di aver pianto, per il nervosismo per lo più e la rabbia, quando però queste due cose hanno cominciato a placarsi mi sono resa conto di aver forse esagerato.
Avevo sicuramente la ragione dalla mia parte, ragione per ciò che volevo dire, ma avevo il torto per il modo con cui le ho parlato. Non avrei dovuto pretendere che seguisse ed accettasse ragionamenti troppo lontani dal suo modo di pensare, credo che quando uno raggiunge una certa età non ha più alcuna intenzione di cambiare le sue idee, i suoi atteggiamenti e le convinzioni. Quindi, per forza di cose, il compito di tornare sui miei passi e chiedere scusa era il mio.
E' dura mettere a tacere l'orgoglio, andare a chiedere scusa nonostante ci si creda alla parte della ragione, tornare dopo aver seppellito l'ascia di guerra solo per riportare una pace, nonostante si pensi che il torto l'abbia l'altro e che la parte lesa siamo noi. E' qualcosa di duro da compiere, duro quanto necessario, soprattutto se si ha la quasi certezza che non sarà mai l'altro a farlo.
In questi momenti ci si rende conto di quanto sia difficile pronunciare "scusa": una parola di cinque lettere solamente ma pronunciandole si china il capo verso l'altro, il nemico del momento, si ferisce a morte il nostro orgoglio ammettendo di aver sbagliato, di essere nell'errore. Tanto difficile, quanto necessario, e dovrebbe esserlo in ogni occasione di litigio, non solo quando si è costretti a muoversi per primi perché altrimenti l'altro non lo farà. Bisognerebbe sempre mettere da parte l'orgoglio, annullarlo in ogni occasione o quasi, vi sarebbe sicuramente una migliore comunicazione ed una pace maggiore almeno nelle famiglie o fra gli amici.
E così mi ritrovavo sopra casa di nonna, nella ricerca di quella forza che avrebbe dovuto farmi suonare il campanello, la trovai, forse in un momento di follia. "chi è?" "io!" Dissi al citofono, forse con un'enfasi troppo guerrigliera. A tratti ho dubitato anche che mi avrebbe aperto, ma lo fece, nonostante tutto. Ci devo aver messo parecchio a scendere quelle scale, considerando appunto che si trattava di scenderle, non di salirle, generalmente non era mai stato così faticoso, passare dallo scalino più alto al più basso, visto che nella discesa si è anche aiutati dalla forza di gravità, ma probabilmente vi era un intenso groviglio di forze in me e mi risultò veramente faticoso scenderle. Nonna deve aver creduto di non avermi aperto, perché l'ho sentita tornare al citofono e far scattare di nuovo l'apriporta.
Entrata in casa mi sono fermata sull'ingresso, la luce della cucina era accesa. Mi ero già accertata da fuori che non ci fosse mio fratello ed in effetti le mie deduzioni erano buone. Sono rimasta qualche minuto sull'ingresso in attesa di non so cosa, quindi mi sono spostata sullo studio. Cercavo il coraggio. E' strano come mi fosse stato facile sbraitarle tante cose e ora non riuscire a trovare il coraggio di chiederle scusa. Sempre colpa di quel maledetto orgoglio che ci fa fare cose di un'orrore enorme e ci impedisce di porre rimedio, eppure mi par proprio di immaginare che dovrebbe avvenire l'esatto contrario: avere rimorsi nell'insultare o condannare e sentirsi sempre pronti e fieri di chiedere scusa.
Devo aver sospirato varie volte nello studio, quindi ho preso una lattina di thé e un pacchettino di roba da mangiare, come se quelle due cose avessero potuto farmi da scudo e sono andata in cuicina.
La pace è stata fatta. La tensione che c'era poco prima non l'avvertivo più.
postato da Swak alle 19:15
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mercoledì, 15 novembre 2006
I have a dream...
Sogni: questi strani fenomeni a cui nessuno è riuscito a dare una spiegazione.
Sogni nel cassetto, sogni ad occhi aperti, sogni irrealizzabili...
Può essere tanto forte ed importante un sogno da permettere che per la sua realizzazione si rinunci alla vita stessa? Credo che molti esseri umani abbiano avuto a che fare con sogni simili, io personalmente no e da un lato me ne dispiaccio. La realizzazione di un sogno da uno scopo alle azioni, aiuta a condurre la vita ed elimina gran parte delle domande esistenziali, ma credo che perseguire uno scopo di carattere vitale non è impegno a cui possano ambire tutti, spesso infatti ci si scoraggia o ci si lascia andare al flusso della vita senza combattere perché è la via più facile e comoda.
E allora tanto di cappello a questo piccolo kiwi che per realizzare il suo desiderio di volare ha lavorato sodo faticando molto e poi ha dato la sua vita per quei pochi secondi di volo.
postato da Swak alle 16:17
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giovedì, 09 novembre 2006
Che mondo sarebbe senza?
Davvero non oso immaginare come si potrebbe vivere senza, non riesco a indovinare che gusto potrebbe avere la vita se non esistesse: il suo profumo intenso, piacevole, inebriante, esaltante; il suo aspetto morbido, delicato, cremoso, denso, malleabile; il suo sapore caldo, sublime, avvolgente, dolce, succulento. Si acompagna bene al pane, fette biscottate, biscotti, torte, crostate e quant'altro, crea un contrasto piacevole persino insieme ad uno spicchio di mela, consiglio di provare. Infinitamente apprezzabile anche senza nulla, non fosse altro perché v'è anche della cioccalata, pur se in minima parte probabilmente. Ingoiare anche un solo cucchiaino di questo nettare crea un piacere estremo, di intensa emozione che dura fin tanto che la crema resta in bocca riempendola della sua dolcezza e piano piano si scioglie in essa, scendendo poi delicata, gradevole, calda, sulla gola, fin giù nello stomaco che ringrazia. E' certo impresa impossibile, dopo un'esperienza simile, riuscire a resistere a quel barattolo rimasto aperto che sprigiona il suo odore e attira come forza magnetica il cucchiaino coltello grissino o anche solo il dito della mano a se stesso, invitandolo ad affondare nel suo molle contenuto. Il dito, cucchiaino, grissino, coltello o chi per loro, compie un lento movimento a virgola all'interno di quel barattolo cercando di prendere il più possibile di quella prelibatezza. Quindi torna fuori e la bocca già si bagna al pensiero che sta per venire di nuovo in contatto con con quella sostanza che è rappresentante del piacere più intenso. Per questo secondo appuntamento anche gli occhi si chiudono così che niente attorno possa distrarre dal gesto che stiamo per compiere. Le labbra umide si aprono e la lingua si prepara ad accogliere nuovamente, in tutto il suo sapore, quel nettare chiamato Nutella. Ed è l'orgasmo.
postato da Swak alle 17:15
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venerdì, 03 novembre 2006
Metamorfosi
E' un momento di cambiamento per me, cambiamento brusco e al contempo lento, d'altronde questo è il ritmo della vita: la viviamo come fosse eterna, ma si tratta solo di un breve insieme di attimi.
Nella mia memoria si affollano ricordi, pensieri, immagini di un passato che non tornerà. Un' amara nota di nostalgia e malinconia accompagna queste reminescenze insieme alla classica frase "sembra ieri". Infatti sembra proprio ieri che ero in ospedale in attesa che qualcuno ci facesse vedere mio fratello appena nato, ora ha sedici anni; allo stesso modo sembra ieri che giocavo con gli amici del quartiere e i miei cugini qui sotto casa, avevamo una decina d'anni pressappoco, ora più di venti, adesso i primi sono sparsi chissà dove e i secondi non li vedo da tempo; sembra ieri il mio primo giorno di scuola, la paura di quel nuovo mondo e l'idea che da quei banchi non mi sarei mai alzata, adesso sono due anni che ho preso la maturità e quei banchi mi mancano; sembra ieri che piangevo per la nostalgia di stare lontana dai miei genitori per le vacanze, adesso piango perché mi voglio allontanare; sembra ieri che sono andata a dormire da sola, non più con mio fratello, le prime notti non erano tranquille in quell'insolita solitudine, adesso sto per cambiare casa, probabilmente proverò cose simili tra quelle mura nuove; .
Mi rendo conto di non aver ancora vissuto abbastanza per avere dei rimpianti, eppure ho già pentimenti per questioni passate. Probabilmente in questo momento di forte cambiamento, un trasloco, come ho accennato prima, mi sento più sensibile nei riguardi del mio trascorso che altro non è che la mia infanzia e l'adolescenza. Me ne vado da questa casa, sono solo quattro mura qualcuno potrebbe dire, ma è proprio con l'appoggio e l'accoglienza di queste quattro mura che ho trascorso i momenti della mia crescita che ora sto ricordando con un gusto amaro e dolce al contempo. Infatti è da quando sono nata che vivo qui, che guardo da queste finestre e apro queste porte, ora è giunto il momento di guardare altro.
Alcuni affermano che persino le cose hanno un'anima ed è per questo che voglio ringraziare mattoni, malta pavimenti e affini per avermi dato riparo, conforto, per essere stati la mia casa. Perché una casa non è qualcosa di morto, la casa è vita, diventa un prolungamento di te: prende il tuo odore, rispecchia il tuo stile ed è anche espressione della tua personalità. Ci vorrà un po' perché riesca a dare alla nuova abitazione quell'alito che la rende mia, sicuramente non sarà facile, soprattutto i primi tempi, ma sento che è giunto questo momento.
Non sarà un addio, nessuno la farà crollare, anche perché ormai è costruita nella memoria e li avrà sempre vita insieme alle giornate che ho passato in questi anni di vita. E quando qualche volta verrò qui potrò ancora dire "torno a casa".
postato da Swak alle 18:16
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lunedì, 09 ottobre 2006
A cena coi parenti
Prima o poi, si sa, capita a tutti. No, non sto parlando della morte, ma dell'altra certezza della vita: i pasti con i parenti. Ebbene si, che si tratti di pranzo o cena, Natale, Capodanno o Pasqua poco importa, capiterà almeno una volta nella vita di chiunque di radunarsi con parenti lontani o "alla lontana" che siano e ciò avverrà irrevocabilmente attorno ad una tavola. Venghino gli zii dunque ed i nipoti perfino, ma anche cugini di ogni grado ed età, venghino i prozii, i nonni ed altri avi, basta solo che siano in vita da qualche parte in questo mondo.
A me personalmente è successo parecchie volte, soprattutto nella mia infanzia. Non che la cosa non mi arrecasse piacere, tutt'altro! Ero nella felice compagnia dei miei cugini e la cosa mi allietava assai. Con gli anni però, si sa, l'interesse per queste cose si perde, o meglio si accantona, per essere poi recuperato in futuro, quando i ricordi cominciano ad essere maggiori delle prospettive. Certo non essendoci più bambini fra i miei cugini la frequenza di questi avvenimenti si è fatta più rada, ma se la cosa da un lato mi rallegra, dall'altro mi mette addosso un velo di nostalgia. Comunque ancora mi succede, di tanto in tanto, di ritrovarmi seduta con davanti una tavola imbandita dalle migliori pietanze di mia nonna, insieme a qualche zio, cugino o affini. Ad esempio stasera a cena da nonna c'era mio zio, fratello di mia madre, figlio primogenito di nonna, e sua moglie, cognata di mia madre e nuora di nonna (beh, se di parenti si tratta è bene specificare!), che raramente è ed è stato, ospite di questi banchetti (per sua scelta). Gruppo ristretto di persone, eravamo solo in cinque, ma a considerare dalla quantità di decibel emessi soprattutto da mia madre, ma anche da zio e nonna (visto che il gridare è prerogativa di quel ramo della mia famiglia), pareva fossimo almeno almeno il doppio. Ma non è tanto da considerare quante parole siano riusciti a sentire i vicini, quanto la qualità delle discussioni che generalmente contemplano un ampio campo: si bisticcia per tutto. So che dire tutto equivale a dire nulla, ma non avrei parola più appropriata per delineare un campo che vada dai problemi del mondo, a familiari e parenti non presenti, fino alla pasta sul fuoco o la mollica sulla tovaglia, passando ovviamente per le varie critiche personali che pure quelle spaziano in quanto ad argomentazioni.
Vorrei quindi far intendere come sarebbe, o meglio è stata, la situazione nei casi in cui a tavola non vi erano solo cinque persone. Generalmente durante le feste, è accaduto in passato che vi fosse un raduno di tutti i figli, o quasi, comprensivi dei loro rispettivi figli. Insomma per farla breve ci ritrovavamo, sempre qui nella mia città, perché è qui che vive nonna, una decina di persone tra zii cugini e parenti acquisiti. Non è certo difficile immaginare. Mia nonna, generalmente, inizia a preoccuparsi giorni e giorni prima e con la preoccupazione da inizio anche ad i preparativi culinari, cosa che a me non ha mai dato dispiacere visti i risultati; mamma che ovviamente discute con nonna, ma ciò non accade solo in vicinanza di queste adunanze, però la questione si intensifica anche se potrebbe sembrare impossibile. Man mano che si avvicina il giorno del fatidico arrivo in casa non si parla più di altro ormai e mia nonna è li li dal collasso, viene a controllare che casa nostra sia presentabile, ovviamente non lo è e per questo discute con mamma, compra gli ultimi ingredienti, si agita continuamente e dice che non farà venire più nessuno. Probabilmente vorrebbe l'aiuto e l'appoggio di mia madre, ma lei se ne frega altamente. Infine arrivano. Sorrisi baci e abbracci. Si sistemano nella varie stanze e nelle varie case. Definito il tutto è chiaro come passeranno i giorni di "festa" no, non per me, io e i miei cugini ci siamo sempre divertiti a sentire le discussioni tra fratelli e tra madre e figli, discussioni che si fanno via via più intense e futili man mano che ci si avvicina al Natale, o comunque alla festa culmine tanto attesa, in cui si consumerà il lauto pasto abilmente cucinato nei giorni precedenti e tutti sorrideranno e chiacchiereranno (mantenendo un tono di voce notevolmente alto) fino alla fine... del pasto intendo!
postato da Swak alle 00:53
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domenica, 08 ottobre 2006
Nascita del nuovo Template
Lo sapevo che non sarebbe durata a lungo col vecchio template... mi piaceva, ma sentivo che gli mancava qualcosa. Mi ci è voluto un po' per capire di cosa si trattasse e poi l'ho scoperto: non l'avevo fatto io. Oggi, dopo due giorni di lavoro ha visto la luce questo template fatto da me. Seconda mia creazione dopo quello di Strega. Sinceramente mi piace e spero di non stufarmene!
postato da Swak alle 22:41
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lunedì, 02 ottobre 2006
Verità
E' certamente difficile persuadere qualcuno che quella che stai dicendo è la verità, dopo che, per qualche tempo, hai mentito. Eppure è buffo, come in passato tanto ti accanivi a voler difendere quelle menzogne facendole credere sincere, mentre ora, nonostante non debba nascondere nulla, non hai più quell'accanimento, quell'ardore nel convincere qualcuno che non lo stai ingannando, ma dicendogli il vero. Probabilmente, quando mentivi era a te che dovevi prima infondere certezza, mentre ora, che hai la sicurezza della tua sincerità, non hai più motivo di cercare la ragione. Allo stesso modo è triste come ora quella persona, che vorresti credesse in te, non si fidi più e si tappa le orecchie mentre te ne stai li, fra le fauci di quel lupo che tanto hai invocato in passato. Inoltre è proprio strano, come certe volte la verità possa essere fonte di arrabbiatura, di dolore, per chi la riceve, è per questo che si prova spesso a nasconderla, ma di certo essa non fa mai male quanto una bugia scoperta. Ora l'ho capito, ho detto la verità. Purtroppo non mi crede, troppo tardi? Spero di no, perché io la amo.
postato da Swak alle 16:30
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venerdì, 29 settembre 2006
Mattina
Almeno prima, quando avevo qualcosa da fare, ad eseguire il suo lavoro alle sette del mattino provvedeva la sveglia stessa, dato che quello era il suo compito. Certo, io la rimandavo, ma lei puntualmente suonava ogni dieci minuti, il problema era quando la spegnevo perché in breve tempo il sonno si riappropriava del mio cervello e delle mie membra e sognavo persino. Il più delle volte, se alle sette dovevo svegliarmi, non aprivo occhi prima delle sette e mezzo, sette e tre quarti. La cosa certo non mi costringeva a movimenti celeri, anzi! Lasciavo prima cadere pesantemente il piede sinistro a terra, seguito con calma dal destro. Quindi, aiutandomi con le braccia poiché i miei muscoli addominali lasciano un poco a desiderare, alzavo il busto ritrovandomi in posizione seduta. Solo allora riuscivo a sfessurare gli occhi, mentre la mente ancora cercava di riassestare le poche idee a cui potevo dedicarmi in quel momento tremendo: chi sono, dove sono, e per quale ca...volino (la parola era certamente più volgare da poter mettere per iscritto) di motivo sto facendo questo. Quindi, man mano che riprendevo consapevolezza di me e riuscivo ad associare le mie idee, il mio sguardo ed il mio capo ruotavano attorno guardando prima il cassetto della biancheria, poi l'armadio. Sospirando, o meglio sbuffando, solitamente mi alzavo, a fatica s'intende. Prendevo ciò che dovevo prendere e mi trascinavo a mo' di morto vivente verso il bagno. Passavo davanti allo specchio con la mano di lato agli occhi, onde impedirmi qualunque altro trauma oltre a quello già subito dalla sveglia. Fatti i bisogni primari e più impellenti, andavo a sciacquarmi il viso, con acqua gelida, così da svegliarmi completamente. Ed era proprio in quel momento, quando le mani e l'acqua si allontanavano dai miei occhi che mi rendevo conto di che ora fosse. Inutile dire che i movimenti seguenti erano tutt'altro che calmi, riuscivo sempre a vestirmi con una velocità di cui ancora oggi mi stupisco. Di corsa poi uscivo dal bagno, prendevo al volo lo zaino dalla camera e la giacca dall'appendiabiti e, infilandomeli alla bell'e meglio in movimento, uscivo di casa, ovviamente rinunciando alla prima colazione.
Ora invece, che mi occupo della raffinata arte del non far nulla, crogiolandomi nell'ozio, ho la possibilità di svegliarmi quando più mi aggrada, alzarmi, prepararmi e fare colazione con tutta la calma di cui necessito. Di certo sembrerebbe un risveglio di granlunga meno traumatico, e lo sarebbe se non fosse per il continuo squillare del telefono. La prima volta credo succeda verso le otto, ma non saprei dire con certezza visto che quel suono entra a far parte dei miei sogni senza svegliarmi realmente, forse sono più consapevole dello squillo delle nove, quello riesce infatti a portarmi per un attimo nel mondo della coscienza, ma solo per un attimo. Il primo che mi fa aprire gli occhi è il trillo delle dieci, ma tra che mi rendo conto che in effetti si tratta di un telefono sperduto nella casa e che acquisti il coraggio di alzarmi, l'apparecchio torna a tacere. Ormai abbandonato il mondo onirico decido di alzarmi ed eseguire il rituale mattutino di pulizia per poi vestirmi ed andare a mangiare. Ma proprio mentre siedo in un luogo poco consono da citare e descrivere, verso le dieci e mezzo (il tempo fra una chiamata e l'altra si riduce dopo una certa ora) ecco che suona il telefono. Sbuffo e già mi immagino chi possa essere, perdo anche questa chiamata, tanto la prossima non tarderà ad arrivare. Abbandonato il pigiama ed indossati i jeans ed una maglia, mi avvio verso la cucina in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Trovo delle merendine e me ne prendo due/tre portandomele poi in camera. Mi siedo sul mio trono davanti al computer e scarto il primo dei tre dolcetti. Al sentire l'odore l'acquolina cresce e la fame con essa, apro la bocca e conduco il cibo verso di essa, ma proprio quando sto per addentarla eccolo che il maledetto apparecchio che è al contempo l'invenzione più atroce e geniale ricomincia col suo richiamo stridulo. Un sospiro di sconforto mentre appoggio la mia colazione sulla scrivania e, a fatica, mi accingo ad andare a rispondere. "Pronto?" lo sapevo, è mamma che disinteressandosi completamente al mio stato emotivo, comincia a parlare con quella voce che reputo piuttosto fastidiosa. Lei parla e parla di cose che non hanno senso. La invito a chiudere la conversazione, dopodiché chiudo la cornetta e, con il presentimento che non sia finita qui torno nella mia stanza. Riesco a mangiare la merendina e persino ad aprirne un altra prima che il telefono squilli di nuovo. Lo lascio suonare senza rispondere. Purtroppo ormai lei sa che sono sveglia e non mi lascia certo tregua. Passano solo pochi minuti prima del successivo "driin", di nuovo vado a rispondere, stavolta prendo il cordless così che possa consumare la mia colazione. "pronto?" dico ancora con notevole calma, nella speranza che non sia lei, ma è lei. Di nuovo la invito a chiudere con tono decisamente brusco. Appoggio il telefono e finisco di mangiare "Driin". Uno sguardo omicida va a posarsi su quell'oggettino infernale. "Pronto." la mia pazienza comincia ad andarsene, è di nuovo lei. Stavolta non l'ascolto, sento solo da lontano uno squittio dato dalla sua voce che parla e parla delle cose più inutili al mondo, mentre mi chiedo come mai una persona al lavoro non abbia nulla da fare di meglio che tediarmi al telefono. Chiudo con più enfasi interrompendola a metà discorso. Le mie speranze che questa tortura cessi sono invane. "Driin" "Pronto!" parla lei... "Mamma ca...volino (sempre perché la parola effettivamente usata è troppo volgare da scrivere) la finisci? Ciao... ho detto ciao...HO DETTO CIAO!" e con ciò chiudo. "Driiiin"...
postato da Swak alle 12:54
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